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ETHOS, PATHOS

7/1/2011

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LA PASSIONE PARTE DA DENTRO, DALLA VOGLIA DI RINGRAZIARE DI OGNI GIORNO COME SE FOSSE L'UNICO

Sono sposata da 20 anni, ho un figlio ormai grande ma quello è un altro capitolo: mi da parecchi pensieri. Mio marito fa l’assicuratore ed è via quasi tutto il giorno. Torna a sera, stanco lui e demotivata io. Il rapporto tra noi è sempre più tiepido. Non che possa rimproverargli qualcosa, ma per lui non sento più nulla.

Mi fa battere forte il cuore invece un mio collega, 15 anni più giovane di me, appena uscito da una storia deludente. Quando lavoriamo insieme sento una certa complicità, poi lui si confida molto con me, ed io con lui.

Io non penso che succederà qualcosa, ma sono molto turbata. Mi sento a volte una ragazzina, a volte vecchia, a volte sciocca. Senza contare che siamo molto cattolici e che questo fatto mi crea non pochi problemi di coscienza. Non so che fare. Mi verrebbe da buttare tutto all’aria. Se mi stacco dal mio collega sento di non essere sincera con me stessa. Ho molta confusione in testa.

Luisa


Molta confusione nella testa e altrettanta nello stomaco, vero Luisa? Molte persone che incontro mi dicono: «Con mio marito (o moglie) c’è tranquillità e noia, con l’altro (o l’altra) sento passione e trasporto». È come se i coniugi, arrivati ad un certo punto, dovessero vivere interiormente scissi. E quindi – vita grama – o si costruisce una coppia stabile rinunciando alla passione, o si vive la passione rinunciando alla favola dell’amore per sempre.

Come se ne esce? La famiglia – scrive Vittorio Cigoli – è il luogo dove convivono l’ethos (cioè l’alta assunzione di responsabilità nei confronti dell’altro/a) e il pathos (che è la facoltà squisitamente umana di sentire le gioie e le pene dell’incontro profondo). Senza il pathos l’amore diventa sterile, forzato, piatto. Senza l’ethos resta un bambino che vive delle emozioni e dei capricci del momento, e non permette lo sviluppo del legame, necessario per affrontare le tappe che la vita ci propone. Non è semplice farli convivere, ma neppure impossibile.

Che cosa hai fatto per riattivare la passione nel rapporto con tuo marito? Perché ti sembra tutto più faticoso? Perché tuo figlio se ne accorge e non ti lascia in pace?

E non ascoltare le chimere di chi risolverebbe tutto con un completino intimo sexy. Queste cose, da sole, sono la fiera della banalità. La passione parte da dentro, dalla voglia di ringraziare di ogni giorno come se fosse unico, dal riconnettersi alle emozioni che ti hanno fatto innamorare proprio di tuo marito. Noi cristiani proponiamo anche di pregare insieme. A seguire gli istinti, a mendicare abbracci appassionati che sfioriscono al calar del sole, o letti roventi che sbolliscono all’alba, sono capaci tutti. Così come non è proprio onorevole trascinarsi in un matrimonio senza vita. I giovani di qualche anno fa – gli “alternativi” – hanno cominciato a sfottere la stabilità delle vecchie coppie. Risultato? Un disastro! Affrontare gioie e dolori (non troppi, si spera), conquistarsi per una vita il proprio coniuge, riscoprirlo ogni giorno. Questa è la sfida! 
I veri “alternativi” siamo noi. 
Coraggio!
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CRISI DI CHE?

7/1/2011

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CRISI ECONOMICA E CRISI DELLA FAMIGLIA SONO UN MIX ESPLOSIVO CHE MINA LA SALUTE MENTALE TRA LE MURA DOMESTICHE. CHE FARE?

C’è una grossa crisi», intercalava con spiccato accento foggiano il santone Quelo ad ogni telefonata, esilarante gag del comico Corrado Guzzanti che prendeva in giro i sedicenti nuovi filosofi, guaritori e tutti quelli che ad essi si affidano.

Di crisi ci riempiono le orecchie anche le prime notizie di ogni Tg e così tutti, a forza di informarci compulsivamente sul prezzo del greggio, sul pil, sulla recessione, sui licenziamenti, le mobilità e sulle manovre economiche di Obama, ci siamo convinti di essere proprio in un periodo nero. E la depressione collettiva avanza. Ovunque facce scoraggiate, commercianti sconsolati, genitori ansiosi per il futuro dei loro figli, la paura di non poter garantire il tenore di vita a cui erano abituati; e dall’altra parte volti forzatamente felici di chi ci propone nuovi investimenti e acquisti sorridendo: «Ma quale crisi? Va tutto bene!».

Tra le mura domestiche la parola crisi rischia di declinarsi in maniera drammatica. Perché? Perché l’operazione è semplice: “crisi della famiglia” più “crisi economica globale” uguale “un disastro”.

Sì, perché camminare zoppi si fa fatica, ma senza è impossibile... Uno potrebbe sognare – come anche don Oreste dipingeva la sua famiglia di origine – che il lavoro va così così, ma si torna a casa e si assapora il calore e la semplicità dell’amore familiare, un altro potrebbe – come
molti hanno fatto negli ultimi anni – affogare nel lavoro le delusioni coniugali e lo stress dei figli. Ma quando i fronti vanno entrambi male? Che fare?

E così le mogli si esasperano, i mariti sono depressi e deprimenti, i figli schizzano e ogni bolletta o spesa da sostenere getta benzina sul fuoco. A dire il vero qualche differenza tra la crisi globale e la crisi familiare c’è.

Sì, è già stato detto che bisogna dare delle priorità e che – per i nostri lettori che amano le scelte di senso – è ovvio che si preferisce investire sugli affetti familiari. Ma non stiamo troppo sul vago-teorico. Mentre della crisi globale rimaniamo in gran parte spettatori, sulla crisi familiare possiamo intervenire in modo diretto.

Regalarsi momenti insieme, avere tempo per agire con- sapevolmente le relazioni e non solamente reagire alle provocazioni, creare un clima di dialogo, affrontare insieme i problemi. Avremo meno bisogno di compensare le nostre frustrazioni con acquisti inutili ma i vantaggi potrebbero non finire qui. Acute ricerche americane hanno rilevato che, nell’ultimo secolo, ad ogni recessione diminuiscono drasticamente gli infarti e gli incidenti stradali. Che dire? Tutta salute.
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CARISSIMO FIGLIO, MA QUANTO MI COSTI?

7/1/2011

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L'ARRIVO DI UN FIGLIO E IL SUO IMPATTO SUL BILANCIO FAMILIARE

Cameretta, fiocco rosa azzurro, culla, passeggino, seggiolino, seggiolone, latte in polvere (o coppette assorbi latte), pranzo per il battesimo (meglio cominciare anche a risparmiare già per comunione e cresima), pappe varie, triciclo, visite mediche, giochi, quaderni, grembiulino, vestitini, scarpe, biciclette di varie misure, apparecchio odontoiatrico, occhiali, libri di testo, computer, cd, lettore mp3, cellulare (questi ultimi solo perché «ce l’hanno anche gli altri»), paghetta settimanale, patentino, scooter, università, auto, regali per la fidanzata, mancia per l’acquisto della prima casa. Totale: circa 240mila euro dilazionati in 25 anni, a tasso molto variabile. Secondo rigorosi studi del Cnel dello scorso anno, in Italia la spesa media per un figlio si aggira intorno agli 800 euro al mese, con qualche variazione determinata dal reddito, dall’età, dalla regione di appartenenza.

L’arrivo di un figlio impatta sul bilancio famigliare mediamente con un 20%. In pratica, una famiglia che mette al mondo un figlio, si ritrova più povera del 20%. Altri studi arrivano a teorizzare percentuali intorno al 40-50%. Già lo percepiscono i milioni di madri e di padri che quotidianamente fanno i conti – talvolta combattono – con il bilancio di casa. Per completare il quadro economico però bisogna precisare che per mantenere un figlio non ci sono solo i costi «diretti», cioè i soldi che si devono tirare fuori di tasca concretamente.

C’è molto altro da mettere sul piatto della bilancia: quelli che gli economisti chiamano i «costi opportunità». Quanto impatta infatti l’arrivo di un figlio rispetto alle scelte lavorative di mamma e papà?

Quanto costa in termini di mancate opportunità l’uscita, a volte protratta per l’arrivo dei fratellini, della mamma dal mercato del lavoro? Quale sarà la sua posizione quando rientrerà, rispetto alla carriera di una donna che non ha dovuto interromperla?

Quanto costa la minor disponibilità di orari e di spostamenti di papà nel confronto con i colleghi «più liberi»? Anche questo, solo i genitori lo sanno. E c’è da augurarsi che non ci siano imprevisti sul percorso!

IN ITALIA POCHI FIGLI
Ora, abbiamo speso fiumi di parole sul problema demografico, abbiamo tirato in ballo la società e la psicologia, abbiamo detto che gli italiani sono mammoni, disimpegnati, edonisti, che fare figli è un atto che necessiterebbe di una speranza che abbiamo perso. Sicuramente c’è del vero, e bisogna tenerne conto. Ma c’è un fatto oggettivo, semplice e lampante che non ha biso- gno di molti commenti. È il problema economico da affrontare.

Dato primo: l’Italia impiega lo 0,9% del Pil per le politiche famigliari, contro una media europea intorno al 2,4%. Dato secondo: l’Italia è l’ultimo Paese al mondo in fatto di natalità, col suo triste primato di 1,2 figli per donna. Risultato: meno investimenti sulla fami- glia significa meno figli. E non ci vuole un genio per intuire che una qualche correlazione ci deve essere.

«Prova del nove»: la Francia, che economicamente non se la passa molto meglio di noi, negli ultimi anni ha intrapreso per la famiglia politiche coraggiose che sono state premiate con una netta inversione di tendenza in fatto di natalità, culminata nel record europeo del 2003 con 1,9 figli per donna. Per la famiglia hanno investito il 3% del Pil. Perché? «Ogni nuovo nato è anche un guadagno economico e un motivo di crescita per tutto il paese», ha affermato il ministro francese per gli affari sociali.

POLITICHE FAMIGLIARI CHI LE HA VISTE? 
Di politiche economiche a sostegno della famiglia si parla a ogni campagna elettorale, e ogni volta tutto tace un paio di mesi dopo. Perché le politiche famigliari? Tutti sono liberi di scegliere che tipo di famiglia o di non-famiglia vogliono costruire, ma quando si tratta di incentivare la natalità dovrebbe essere ovvio che non vanno dati gli stessi incentivi: a esempio a una coppia sposata con tre figli e a un single o una coppia di conviventi. Non si tratta di discriminare, ma semplicemente di affinare il target in base ai risultati che si vogliono ottenere. I figli sono un bene per tutti: i figli dei poveri, delle classi medie, dei benestanti. Saranno altre leggi che cercheranno di attenuare il divario sociale. Gli assegni al nucleo famigliare sono attualmente fortemente ancorati al reddito. Così chi sceglie di guadagnare di più per poter mantenere più figli se li vede veloce- mente assottigliare. Stessa cosa dicasi per le tasse, che dovrebbero essere calcolate in base all’effettiva capacità contributiva (art. 53 della Costituzione). È chiaro che una famiglia con 1-2 percettori di reddito e 2-3 a carico ha una capacità contributiva ridotta. Si sente parlare di «equità fiscale orizzontale», nel senso di consentire per tutte le famiglie la facoltà di dedurre dall’imponibile i costi necessari al mantenimento della prole, come avviene attualmente in Francia e in Germania. Detto in altre parole, perché – se i figli sono un bene, una risorsa – i genitori devono pagare le tasse sui soldi che spendono per mantenerli?
Persino le aziende detraggono dal reddito le spese e gli investimenti, e pagano le tasse solo su quello che resta! Ma per la famiglia, finora, solo parole e qualche spicciolo.

UN CAPITALE DI UMANITÀ
Sviluppato così il ragionamento, la paura di fare figli cresce. Ma allora, che cosa ci guadagnano i genitori che continuano a procreare? Forse il fatto di veder crescere il frutto del loro amore, la gioia di avere la casa animata da un vocio continuo, l’orgoglio di essere papà e mamma. La famiglia, dove si distribuisce fiducia, si vive la trepidazione della vita nascente, si dispensa amore e si consolano le fe- rite. Dove si cresce, si impara a rispettare le differenze, e di tutti si fa una risorsa.

È quello che gli studiosi chiamano il «capitale sociale», generato soprattutto – è stato dimostrato – dalle famiglie con prole e che si espande come tessuto con- nettivo nella società, dando aria nuova alle relazioni, creando benessere umano. Si dice che per fare figli in Italia bisogna essere «molto ricchi, o molto poveri, o molto cattolici».

È vero, per fare figli occorre avere il coraggio di sganciarsi dal calcolo economico, e buttare il cuore a una dimensione trascendente. Solo questo può ripagare con gli interessi le fatiche dell’impresa. Una nuova versione della nota pubbli- cità della carta di credito: lettino 200 euro, passeggino 150 euro, pranzo per battesimo 25 euro a testa, vedere un figlio che cresce... non ha prezzo. 


FAMIGLIE NUMEROSE
Un figlio incide pesantemente sulla condizione socio economica della famiglia. La conseguenza è che più figli si hanno, più aumenta statisticamente il rischio di trovarsi sotto la soglia della povertà.

IN ITALIA:

FAMIGLIE POVERE 11,1% delle famiglie

FAMIGLIE POVERE CON FIGLI: 13,3 delle famiglie con figli

FAMIGLIE POVERE CON 3 O PIù FIGLI 24,5% delle famiglie con 3 o più figli 
(Fonte: Istat)
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GENITORI A VENT'ANNI? SI, CON SANA INCOSCIENZA

7/1/2011

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Ore 15.45, tranquilla attesa all'apertura del cancello della scuola materna in un tiepida giornata primaverile. L'incauto padre oggi non ha il turno nel pomeriggio e si muove principiante tra le madri dei compagni di suo figlio.  All’esordio una domanda ingenua quanto devastante: «Buongiorno signora... lei è la mamma... o la nonna?». Ormai la frase è detta, e il goffo tentativo di nascondersi dietro qualche battuta non fa che peggiorare la situazione. «Ah, scusi, avevo il sole negli occhi... non ci vedo benissimo... eh sa, noi uomini facciamo spesso queste gaffes... è la terza volta che mi capita... mia moglie me
lo dice sempre di stare zitto...».

A dire il vero il dubbio permane. Sarà una nonna cinquantenne, ben tenuta e palestrata, o è una mamma quarantenne che ha appena finito il lavoro e non ha coperto bene i segni del tempo? Nel primo caso la signora andrà a casa avendo guadagnato una salute d’oro per almeno dieci anni, e racconterà il fatto alle sue amiche per i mesi a venire, nel secondo caso... l’amicizia sarà irri- mediabilmente compromessa.

Non è facile di questi tempi orientarsi tra le generazioni. Si potrebbero organizzare delle scommesse anche guar- dando i maschi che accompagnano i bambini al parco.

Mano nella mano con i piccoli, escono da auto lucide signori distinti con capelli brizzolati e barba bianca, e arrivano a piedi ragazzi quasi imberbi con bermuda e sandali. Sono nonni? Sono i fratelli maggiori? No, nella maggior parte dei casi sono padri. E se un tempo si poteva immaginare che i primi fossero padri attempati che accompagnano l’ultimo figlio, il quarto o il quinto della nidiata, e i secondi fossero semplicemente sposini alle prime armi, oggi non è così. L’Istat ci conferma che, dal 1990 al 2006, i figli unici sono ormai la maggioranza.

Ed è sempre l’Istat a confermarci anche che l’impressione che tutti abbiamo dell’aumento dell’età media dei genitori è fondata.

Tra gli anni ’50 e oggi l’età media di una donna al primo figlio è passata da 25 a 29 anni. Quella dei padri invece è arrivata a 33 anni. Ma sono sempre più le donne che non hanno problemi ad affrontare maternità – la prima mater- nità si intende – anche over 40. Per i padri addirittura la sfida del tempo pare non avere limite, visto che l’orologio biologico, almeno dal punto di vista procreativo, è più prodigo.

Nel corso di un sondaggio nazionale condotto nell’anno 2006, alla domanda «A che età sei diventato padre per la prima volta?», il 25% degli italiani ha risposto «tra i 20 e i 29 anni», il 60% «tra i 30 e i 39 anni» e il 15%«dopo i 40 anni». E riguardo «i motivi del rimando della paternità», il 47% ha dato la colpa a problemi economici, il 26% ha dichiarato che a non sentirsi pronta era la sua partner, il 13% ha risposto di aver rimandato la nascita del primo figlio per motivi legati al lavoro o alla ricerca di una soluzione abitativa; infine un 14% ha dichiarato di non sentirsi pronto ad aver figli.

L’analisi è quindi piuttosto complessa. Si intersecano variabili sociologiche, come la difficoltà a stabilizzarsi sul mercato del lavoro e di conseguenza a pensare di accendere un mutuo, con altre più prettamente psicologiche, legate a un senso di insicurezza e immaturità rispetto al «grande salto».

Sì perché, sempre parlando di sondaggi, emerge chiaramente che – molto più dell’età cronologica, dell’uscire di casa, dello sposarsi, dell’avere un lavoro – è proprio avere un figlio che oggi è considerato come la consacrazione definitiva dell’appartenenza al mondo adulto. Quindi i conti tornano: ci si sposa sempre meno, sempre più tardi, la scelta di avere un figlio viene procrastinata e alla fine... è chiaro che se ne fanno pochi. Non si può liquidare la questione dicendo che avere figli tardi sia necessariamente una brutta abitudine. Occorre però fare qualche ragionamento. Diventare genitori è un atto biologico, ma anche legato all’ambiente nel quale si vive. Avere figli è – si diceva – una «cosa da grandi», ed essere adulti non dipende solo dall’età. Nelle società semplici, nelle quali i processi di socializzazione sono molto essenziali, l’età adulta corrisponde grosso modo con l’età riproduttiva. Nelle società come la nostra, per essere adulti, autonomi, è necessario passare una serie di tappe obbligate prima delle quali è impensabile sganciarsi dalla propria famiglia. Per alcuni – sempre meno – basterebbero le scuole dell’obbligo
e i 2-3 anni per trovare e consolidare un lavoro, e già si arriverebbe ai 20-21. Ma per i più si tratta di un percorso fatto di scuola, università, tirocinio o praticantato, un mini- mo di carriera per mettere via un piccolo gruzzoletto e iniziare la famiglia. Ma lungo la strada ci possono essere anche degli imprevisti: l’indirizzo scolastico che non fa per noi, qualche anno di crisi all’università, problemi sul lavoro, la persona sbagliata. Si fa presto ad arrivare alla soglia dei 40 e preparare la lista nozze. E sono bravi ragazzi, li conosciamo tutti. Ma intanto l’età avanza, anche se i cosmetici e la palestra cercano di farlo dimenticare. Il progresso attuale è avvenuto in maniera vertiginosa negli ultimi secoli, e il nostro corpo non si è ancora adattato. Dal punto di vista biologico i figli sarebbe più convenien- te farli intorno ai vent’anni. Si è più fecondi, certo, ma non solo. Si perdoni la banalità, ma per fare le ore piccole a consolare coliche, aprire e chiudere passeggini, caricarli in macchina, rincorrere un bimbo che scappa sulla strada... ci vuole un fisico bestiale, e 20 anni o 40 non sono proprio la stessa cosa. Dalla parte dei genitori più maturi sta una presunta maggiore consapevolezza di sé, e quindi una competenza a muoversi con più sicurezza nella società. E questo non può che far bene ai bimbi. Ma poi c’è il paradosso della dif- ferenza di età: in una società che cam- bia sempre più velocemente aumenta il divario di età tra genitori e figli. Chi ha un figlio a 40 anni, a 60 avrà un giovane che si affaccia all’università e a 70 un trentenne che affronta il mercato del lavoro. C’è da sperare di rimanere in forma!

Ciò che nelle argomentazioni sulla genitorialità stupisce maggiormente è l’enfasi sugli aspetti più razionali della questione. Arrivati a una certa età – complice l’effettiva maturazione – pare che per alcuni progettare di avere un figlio sia come progettare una casa o una vacanza. Siamo pronti? Abbiamo la casa? Il lavoro? Siamo una coppia stabile? Abbiamo previsto le spese? Abbiamo l’assicurazione? L’ossessione per il calcolo.

Questa è la grande differenza: chi i figli li mette al mondo a vent’anni lo fa con un po’ di sana incoscienza. Incoscienza
sì, quanto basta per considerare che diventare genitori trascende la nostra capacità di calcolo e proietta verso gli orizzonti infiniti della vita che si dispiega. Per chi ha poi il dono della fede, la vita che nasce è partecipazione all’amore di Dio che fin dall’eternità ha un sogno su ogni creatura. È difficile trovare una persona che rimpianga di avere messo al mondo un figlio, succede in momenti di grande sofferenza e solitudine. Ma tutti conosciamo decine di persone che più o meno velatamente rimpiangono di aver aspettato troppo, o di aver avuto paura a fare un figlio in più quando potevano, per motivi che ora paiono banali.

Ben vengano quindi le scelte ponderate, sagge, sapienti, ma gli sposi non perdano mai la freschezza giovanile di buttare il loro amore oltre gli ostacoli quotidiani per partecipare in maniera appassionata, con coraggio e fede, alla grande avventura della vita.

E questo valga per gli sposi di vent’anni e per quelli di quaranta.

PIù TARDI MENO FIGLI

L’età media alla nascita del primogenito per le donne nate nella prima metà degli anni ’60 risulta di poco superiore ai 27 anni, con un aumento di poco meno di 2,5 anni rispetto alle nate a inizio anni ’50. L’età media al primo figlio per gli uomini nati nella prima metà degli anni ’60 supera invece i 33 anni, ed è aumentata di circa 3,5 anni rispetto ai nati a inizio anni ’50. Le analisi evidenziano che più tardi gli uomini arrivano a entrare in coppia e più tendono a posticipare ulteriormente la decisione di mettere al mondo un figlio. La propensione ad avere il primo figlio si riduce di circa l’80% per chi si sposa attorno ai 35 anni rispetto ai 25.


Fonte ISTAT
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    AUTORE

    Marco Scarmagnani
    giornalista e
    consulente familiare

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