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BOCCIARE PER RILANCIARE?

1/2/2011

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FARLE RIPETERE L’ANNO PER CONSOLIDARE L’APPRENDIMENTO O MANDARLA AVANTI CON LA CERTEZZA CHE L’ANNO PROSSIMO SARÀ UN SICURO INSUCCESSO? I DUBBI DI GENITORI ED INSEGNANTI

"La sua vita non è stata facile – mi dicono il papà e la mamma – è stata in istituto in un paese dell’est fino ai 3 anni. Quando è venuta da noi i dottori ci hanno detto che ormai aveva delle lacune che sarebbero state difficili da colmare. Noi le abbiamo sempre voluto bene e abbiamo fatto i salti mortali. Psicomotricità, lezioni private, abbiamo una maestra che viene tutti i giorni solo per lei, ma a scuola non ha ancora ingranato e non è certo al passo con i suoi compagni».

La ragazzina in questione quest’anno frequenta la quinta elementare. Genitori ed insegnanti si rendono ben conto che è molto in difficoltà, solo che ultimamente le parti si sono invertite.

«Se in tutti questi anni noi siamo diventati un po’ gli avvocati di questa nostra figlia – continuano – e quindi abbiamo sollecitato sempre le maestre ad avere un occhio di riguardo e di capire la situazione, adesso loro la vogliono promuovere e invece noi siamo indecisi se fermarla. Non è una scelta facile, litighiamo spesso per questo fatto – dice la signora – lui mi accusa di essere troppo apprensiva ma io penso che è lui che non capisce il disagio della bambina».

E così i genitori si sentono sulle spalle una scelta più grande di loro. Il pensiero che si fa strada dentro di loro è che le maestre si vogliano “liberare di un caso difficile” e in loro scatta la paura che il prossimo anno alle medie lo scarto sia ancora maggiore e la ragazza possa essere mag- giormente umiliata.

D'altra parte, nota il papà, è una ragazza che si è sviluppata in fretta. Già adesso è la più alta della classe, «te la immagini l’anno prossimo, se la lasciamo qui, che figura in mezzo a bambine che potrebbero quasi sembrare sue figlie?». La scelta non è facile, che criteri adottare? La psicologia e la pedagogia che cosa ci dicono? Da una parte che è opportuno evitare ai ragazzi in crescita frustrazioni e sconfitte inutili, dall’altra che devono essere rispettati i tempi di ognuno.

Non penso ci sia una risposta valida in generale per un tema delicato come questo. Penso valga la regola generale di coinvolgere l’interessata.

Certo, non le si può fare la domanda secca: «Che ne dici, ti facciamo bocciare o ti mandiamo avanti?»

Si può però, attraverso un dialogo semplice ma profondo, provare a tastare la sua sensibilità per capire dove è maggiormente orientata, dove si sentirebbe più a suo agio.

Certo, nessuno si può prendere una responsabilità così grande da solo, ma condividerla può rendere la scelta più saggia.
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E CHE ERA UNA RAGAZZA MODELLO

1/2/2011

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TRASFORMAZIONI PRE-ADOLESCENZIALI. ANCORA ALLE MEDIE MA SI ATTEGGIA DA ADOLESCENTE RIBELLE. CHE COSA CI VUOL DIRE?


"E pensi dottore che era una ragazza modello – dice concitato il papà – ottimi voti a scuola, a casa sempre disponibile, solare, sorridente. E adesso, nel giro di qualche mese, un disastro. E quando dico disastro non dico quello che voi chiamate “un leggero calo”; parlo del fatto che ci ha portato a casa dei 3 e dei 4!

Anzi, lei che prima ci diceva tutto... questa volta non lo sapevamo neppure... ci hanno chiamato gli insegnanti sconvolti. È stata una doccia fredda e da allora in casa è una guerra, anche tra me e mia moglie».

La signora è presente e ascolta in silenzio, evidentemente contrariata. Sono in allarme e non sanno che pesci pigliare dal punto di vista educativo: le uscite con le amiche, i divieti, proibirle gli sport, sequestro di computer e cellulare. Niente, non serve a niente! Ma che è successo?

«Secondo me sono le amicizie – incalza sempre lui –. È andata a cercarsi proprio le peggiori, sa quelle che si vesto- no di nero con la faccia tutta pallida, piene di braccialetti? Ma si rende conto? Noi siamo considerati una famiglia per bene e lei va in giro con figlie di certe famiglie...».

Mamma è indaffarata con due gemellini di un paio d’anni che non vogliono saperne di stare fermi, mentra papà mi racconta animosamente dei litigi in casa, delle sue prese di posizione, dei suoi tentativi di recuperare la figlia portandola con sé al lavoro.

C’è nella mamma un silenzio che mi insospettisce. Evi- dentemente è dovuto ad un assetto di coppia condiviso nel quale è lui quello forte che prende le decisioni. Ma non mi convince del tutto.
«Lei signora che figlia è stata?», le chiedo invitante. «Tutta
un’altra pasta – mi risponde frettolosamente –, io aiutavo, e ho dovuto occuparmi anche dei miei fratelli più piccoli».

Il mio silenzio evidentemente la interroga ancora prima delle parole. «La mia vita è sempre stata così – sbotta – prima a badare ai miei fratelli e adesso qui sempre alle prese con bambini. E lei, che dovrebbe aiutarmi... invece mi gira le spalle».

Dovrebbe? Certo la signora non si deve sentire a suo agio con la figlia ribelle, quando lei non ha mai potuto permetterselo.

È facile rimanere bloccati quando i figli presentano atteggiamenti che noi non ci siamo mai concessi. Una sor- ta di invidia, mista ad ammirazione, mista ad un senso di incapacità a fronteggiare la situazione.

Ma è lei che la figlia cerca, una madre che le sappia offrire un modello forte e realizzato di essere donna, non che si nasconde dietro i bambini da accudire. Visto che questa mamma non l’ha mai fatto, la figlia può offrirle un’ottima occasione di crescita.
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TU CHIAMALE SE VUOI.....EMOZIONI!

1/2/2011

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CI SONO DIVERSI TIPI DI INTELLIGENZA. DA UN PO’ DI ANNI MOLTI STUDIOSI RIVOLGONO L’ATTENZIONE A QUELLA EMOTIVA, PERCHÉ SAREBBE IN GRADO DI AIUTARE IL BAMBINO (E L’ADULTO) A VIVERE IN ARMONIA CON SE STESSO.


Non abbiamo mai parlato di emozioni, e questo mese ce ne dà occasione Mariella che ci racconta di suo figlio «che in quinta elementare pare vivere tutte le emozioni in maniera esagerata: per una frustrazione strilla e si dimena come un bambino piccolo, quando è felice con gli amici non si sa controllare e si sfinisce, oppure combina qualche guaio, preso dall’eccessivo entusiasmo».

Emozioni, queste sconosciute! Vorremmo insegnarle ai nostri bambini ma noi che ne sappiamo? A volte travolti dalla rabbia, che riversiamo sui nostri cari o nel nostro fegato, o atterriti dalle paure che hanno preso il posto di quelle di quando eravamo bambini: una volta era il buio, adesso è il mutuo, ma la costrizione dello sterno resta la stessa. Rinneghiamo così tristezza e gioia, perché sono troppo forti; ci anestetizziamo, e non riusciamo più a capire quando una cosa o una persona ci piace o ci disgusta. Ci perdiamo così alcuni dei segnali più importanti che il buon Dio ci ha dato per conoscere la realtà. Sì, perché le emozioni sono fonte di grande conoscenza, se ci abituiamo ad ascoltarle.

Si potrebbero fare infinite disquisizioni sulle diverse teorie, sulle definizioni e sulle classificazioni. Ma al momento ciò che interessa, cara Mariella, è che riusciamo a metterci in testa due concetti fondamentali.

Il primo è che ogni emozione è lecita. È quello che facciamo di conseguenza alle nostre emozioni casomai da tenere sotto controllo. Cioè se mio figlio è arrabbiato non lo devo far sentire in colpa per la sua rabbia, ma perché sceglie di far seguire un certo comportamento, ad esempio rompere un gioco o picchiare suo fratello. E allora il primo passo è quello di dare spazio dentro di noi al dialogo con le nostre emozioni, e insegnarlo ai nostri figli.

E così, quando io mi sarò soffermato un po’ a dialogare con la mia rabbia, magari si scioglierà e diventerà meno rabbiosa; perché non l’ho compressa dentro di me, o per- ché non l’ho fatta uscire come una fucilata contro quello che me l’ha procurata. E allora potrà uscire un pensiero di benevolenza verso l’altro: «Ma guarda... questo qua mi fa proprio salire dentro una rabbia, adesso cerco di capire perché, e se la rabbia è l’unica opzione che ho di rapportarmi con lui»; o addirittura verso di me: «Come sono buffo ad arrabbiarmi per queste cose» oppure addirittura: «Ringrazio la mia rabbia perché mi ha fatto capire che quel suo comportamento era sbagliato, adesso cerco il modo più efficace per dirglielo».

Il secondo concetto fondamentale... lo scriviamo la prossima volta. È finito lo spazio!

La febbre

No, non è un anticipo della prossima rubrica di medicina! È un film del 2005 con Fabio Volo, diretto dal regista Alessandro D’Alatri, basato sulle critiche alla burocrazia italiana e sulla difficoltà di realizzazione dei giovani. In realtà l’affrancamento del protagonista dagli schematismi familiari e sociali alla ricerca della sua strada, passa attraverso la guida forte delle sue emozioni. La rabbia, l’entusiasmo, l’invidia nel suo capo, la paura in sua madre, i ricordi del padre defunto, un collega che “rimanda” le emozioni. Se l’avete già visto, provate a riguardarlo con queste nuove lenti!
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UNA MAMMA INADEGUATA

10/1/2011

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NON È FACILE FARE I GENITORI QUANDO SI È MESSI IN DISCUSSIONE DAI FIGLI. EPPURE È IL MOMENTO NEL QUALE HANNO BISOGNO DEGLI ADULTI E DELLA LORO FORZA D’ANIMO


Si sa, i figli spesso si lamentano dei genitori. Fa parte del gioco: a volte mamma e papà sono i più bravi del mondo, altre volte sono i peggiori. Nell’adolescenza – in particolare – la critica dei modelli familiari, serve ai ragazzi per trovare lo slancio necessario e staccar- si, per riuscire a progettare una vita pro- pria. È un passaggio doloroso ma sano.

Anita invece ci scrive di una figlia di 7 anni che «Mi dice che non l’ascolto mai. È sempre imbronciata, anche davanti agli altri, in pubblico, e questo mi fa imbestialire. Vedo le altre bambine con le loro mamme che sono carine, passeggiano mano nella mano, discutono. La mia sempre a farmi fare figuracce! »

E stai proprio male. Tua figlia che ti sbatte in faccia le tue vere o presunte mancanze è una pugnalata. E ti dici: se adesso è così figuriamoci tra qualche anno!
 «Mi sono convinta di non essere tagliata per fare la madre».

Ma come Anita? Tua figlia ti chiede aiuto e tu ti ritiri?
 Senti, questo è un momento nel quale tua figlia ha particolarmente bisogno di te, e tu sei per lei preziosa ed indispensabile. Perché? Perché altrimenti non ti manife- sterebbe così il suo disagio.

Un disagio c’è, è vero, ma non devi sentirti inadeguata, in colpa, perché il senso di colpa blocca le energie vitali e non ti permette di sintonizzarti su tua figlia.

La guerra di Mario (Antonio Capuano, 2005) parla di un ragazzino difficile, con un passato di violenze, che proviene da una zona degradata alla periferia di Napoli. Viene affidato ad una coppia benestante. La mamma (Valeria Golino) è convinta che “Mario non vuole essere educato, ma accolto” e così il film si gioca in una contrapposizione tra la necessità di educare e quella di lasciare libero. Ma chi l’ha detto che le regole in educazione siano solo una gabbia che limita la libertà? Educare significa anche contenere, condurre, indirizzare al bene. L’assenza di limiti, anche nel film, è un fallimento educativo.

Prova, invece che inadeguata, a sentirti responsabile di tua figlia e del suo malessere.
Responsabile significa “abile a rispondere”.

Solo alcuni spunti per farti riflettere. Il primo: coinvolgi tuo marito. Perché non me ne parli? Potrebbe essere molto salutare la relazione con lui. Metti un po’ di maschile all’interno di quella relazione tutta al femminile con tua fi- glia. Fai spazio alla sua forza, a volte al suo essere un po- chino selvatico, per alleggerire probabilmente un eccessodi fusione. Fallo essere presente come tuo sposo, così tua figlia ti ammirerà.

Secondo: chiediti che figlia sei stata tu. Eri ribelle come lei? Allora procede tutto secondo copione. Eri l’esatto contrario, cioè sempre remissiva? Allora forse c’è un po’ di invidia e di fastidio per quello che fa tua figlia, perché tu non hai mai potuto permettertelo. Chiedi a tua madre – se c’è ancora – e ti sarà di aiuto per conoscere la tua storia.

Terzo ed ultimo: chiediti perché quando ricevi una lamentela la tua autostima vacilla. Tua figlia non ti ha detto che tu sei incapace di ascoltare, ma che non si sente capita. C’è una bella differenza!
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FRATELLI DIVERSI

10/1/2011

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AVERE FIGLI ADOLESCENTI ED ACCOGLIERNE DI COETANEI IN AFFIDAMENTO PUÒ METTERE IN SUBBUGLIO ANCHE LA FAMIGLIA PIÙ NAVIGATA. COME MUOVERSI TRA RIGIDITÀ E TOLLERANZA?



Già negoziare le regole con i nostri figli adolescenti è impresa ardua, che a volte coinvolge la famiglia in una lotta senza quartiere che vede l’un contro l’altro armati: marito e moglie, suoceri e consuoceri, i figli e pure i loro amici; sì perché i ragazzi sono bravi a giocare a: «Ma perché i suoi genitori lo lasciano e voi non mi lasciate?» e con il «Chiedilo a tuo padre» o «Chiedilo a tua madre».

La faccenda si complica non poco quando ci riferiamo a famiglie allargate, a quelli che scelgono di aprire la propria casa per accogliere in affidamento altri ragazzi.

Che fare quando – e capita sempre più spesso – viene chiesto ad una famiglia di accogliere un 15enne?

Succede per esempio ad Anna che scrive, tra le altre cose, che «non sappiamo più come fare, io e mio marito. Proprio adesso che sembrava avessimo preso le misure con i nostri figli (abbiamo una femmina di 17 anni e un maschio di 13, si immagini!) abbiamo scelto di prendere in affidamento temporaneo un ragazzo di 15 anni. Lui si lamenta perché non gli lasciamo fare cose che lasciamo fare ai nostri. I nostri si lamentano perché a volte si sentono limitati da lui... un caos».

Puoi scegliere tra due strategie. Nella prima usi una livella: “La legge qui è uguale per tutti!”. Non ci sono più età, sesso, essere figli naturali o accolti, gusti personali... tutti uguali, così ognuno si adatta e nessuno è scontento.

È uno stile – diciamo bonariamente – da “caserma”, che ha il vantaggio di essere molto funzionale e facile da argo- mentare: questa è casa nostra, noi abbiamo scelto così, chi ci sta ci sta, agli altri... arrivederci. A meno di una insur- rezione dal basso, dovrebbe funzionare. Se invece – cara Anna – vuoi cimentarti in qualche cosa di più pedagogico, devi essere in grado con tuo marito di negoziare quoti- dianamente le regole con ognuno. Un trattamento per- sonalizzato sicuramente più impegnativo ma anche piusoddisfacente. Imparerete a vivere così la vostra “funzio- ne” genitoriale. Sapete qual è la differenza tra un “ruolo” e una “funzione”? Il ruolo è una attitudine che rimane fissa, immutata: «Ho detto così e resta così!» La funzione invece è l’esercizio della propria genitorialità che si sintonizza con le attitudini e le fasi della vita del figlio, orientandolo in maniera fluida. E così ciò che è giusto per l’uno potrebbe essere prematuro o inopportuno per l’altro. È più laboriosa – è vero – perché richiede la pazienza di spiegare (e di sostenere) ogni presa di posizione, ma aiuterà tutti i tuoi ragazzi ad assimilare le regole e a diventare tuoi collaboratori, e soprattutto ad essere considerati in maniera personale, come il pastore che conosce le pecore ad una ad una. Siete forti, senz’altro ce la farete!
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EDUCAZIONE SESSUALE O GENITALE?

7/1/2011

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NELLE SCUOLE SI PROPONE L’EDUCAZIONE SESSUALE. MA A VOLTE È PURA INFORMAZIONE GENITALE E ANTICONCEZIONALE. A CHE COSA DEVONO ASSISTERE I NOSTRI RAGAZZI?


«Insegno in un Liceo – scrive Marina di Trento –. E la settimana scorsa ho avuto occasione di assistere ad un’as- semblea di istituto per parlare di affettività e sessualità. Sono stati illustrati in lungo e in largo i vari sistemi anticoncezionali, e si sono biasimate le famiglie “bigotte” che non educano alla sessualità responsabile e che poi allora si trovano le figlie incinte. Forse è perché ho un’altra età, ma non mi pare che sia questo il modo di affrontare l’argomento». E per fortuna non sei l’unica a pensarla così, cara Marina. È solo l’inizio della tua lunga lettera nella quale suggerisci di parlare anche dell’affetto che lega due persone, di scelte, di valori.

È vero, l’educazione sessuale ha preso in molti contesti una deriva “genitalistica e anticoncezionalistica” e rischia di ridursi solo alla spiegazione di un fatto meccanico. Non si tiene conto che si fa cultura anche dal modo in cui si affrontano questi argomenti. Se ad un’assemblea di studenti (quasi tutti minorenni peraltro) li tratto dando per scontato che loro siano “sessualmente attivi” che messaggio lancio? E come si sentiranno quelli che – per scelta o per mancanza di occasioni – non lo sono? Forse persone che stanno perdendo l’occasione di fare qualcosa di veramente interessante!

Gli adolescenti sono già curiosi e trasgressivi per natura e certe prese di posizione possono essere molto pericolose.

La sessualità – bisogna farlo capire ai giovani ma a quanto pare anche a certi adulti – non è un esercizio ginnico condito con un po’ di componente emotivo-affettiva.

Dov’è finita la trepidazione, l’attesa, il limite, il confine? Pare che in nome della “libertà” ognuno sia libero di sperimentarsi come meglio crede, con chi vuole, quando vuole. Certo che con un training così non c’è da stupirsi se quando questi giovani crescono non riescono a tenere una relazione stabile. Non occorre nemmeno tirare fuori discorsi di valore; banalmente si può prendere a prestito la prassi sportiva dell’allenamento per raggiungere una performance. Così è per lo stile di relazione: se mi alleno all’attesa, alla fedeltà e all’affidarmi, penso che diventerò paziente, fiducioso e rispettoso dei tempi di ognuno. Se mi alleno a prendere al volo ogni emozione, è logico che una persona non mi basterà per far fronte agli stimoli e ai cambiamenti che la vita presenta. L’apice dell’espressione della sessualità si chiama – non a caso – “rapporto”. E costruire un rapporto è faccenda delicata, affascinante, da adulti. Riscoprire il valore etico, spirituale, valoriale dell’educazione sessuale non è da bigotti. È un grande dono che possiamo e dobbiamo fare ai nostri ragazzi.
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SONO STATO ADOTTATO?

7/1/2011

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È GIUSTO DIRE AD UN BAMBINO CHE È STATO ADOTTATO. SE SÌ QUANDO? COME? CHI SOFFRE DI PIÙ? LUI O NOI?

Io e mio marito abbiamo adottato un bimbo e fin da quando era appena nato vive con noi – scrive Anita di Bari –. Le persone che sono intorno a noi (amici, parenti, cuginetti) sanno che non è nato “dalla mia pancia” e quindi prima o poi verrà fuori l’argomento. Lui ci chiama “mamma” e “papà” naturalmente. Il consiglio che vorrei è questo: secondo te quando è il momento giusto per affrontare l’argomento? Penso che sarebbe meglio dirglielo il prima possibile».

Bene Anita, sei già a buon punto, in quanto fino a non molto tempo fa molti si chiedevano se fosse opportuno dire ad un figlio che era stato adottato. Oggi, complici i passi compiuti dalla psicologia, dalla pedagogia e dal buon senso di molti genitori adottivi, ci si preoccupa piuttosto del “come” e del “quando” dirlo.

La cornice è questa: la verità è una medicina molto potente che può lenire molti dolori.

E qui non parliamo solo del dolore del bambino, ma anche del dolore che la verità potrebbe arrecare ai genitori adottivi. Parlare di un’altra mamma, di un’altra pancia, di una situazione di disagio che ha portato all’abbandono... sono temi – cara Anita – che fanno soffrire prima di tutto noi adulti. E quindi il percorso va intrapreso nel duplice senso: la verità per permettere al bambino di connettersi ad una storia di vita tortuosa ma “sensata” e una verità perché la coppia adottiva possa – nel corso degli anni – metabolizzare la storia della relazione con questo bambino.

Quando? Sempre. Come? Nel modo più naturale possi- bile. Penso che non ci debba essere un momento preciso in cui si dice che è stato adottato; lui deve crescere nella consapevolezza di questa sua condizione, commisurata al suo modo di comprendere. Non andrà assillato con il continuo ricordagli della sua condizione di bambino adottato allo stesso modo che una mamma non continuaa dire ad un bambino “tu sei mio figlio, ricordatelo!”. Piuttosto, tu e tuo marito, dovrete vivere sempre con
 questa consapevolezza che il vostro non è un gioco a “fare finta che...”, dovrete soprattutto essere pronti alle sue domande, che saranno diverse a mano a mano che lui crescerà e sarà in grado di capire, di concettualizzare. Certo, ci saranno anche delle difficoltà e delle provocazioni, ma nella verità le difficoltà che vivrete non saranno più intense dalle difficoltà che incontrano i genitori con i figli naturali. Riguarderanno l’autonomia e la dipendenza, l’appartenenza e il distacco, temi che ognuno di noi deve affrontare per diventare ogni giorno sempre più uomo, sempre più donna.


Cinema, carriera e famiglia
Interessanti spunti sulla gestione della dinamica famiglia/lavoro vengono dal cinema. Solo per citarne alcuni tra i più trovabili: l’intramontabile The family man (Ratner, 2000) racconta una favola moderna su affetti e professione, La febbre (D’Alatri, 2005) racconta della dinamica tra lavoro passione e lavoro preconfezionato. In tutti spicca una passione particolarmente maschile per la carriera. Se si vuole qualcosa di più declinato al femminile si può guardare Il diavolo veste Prada (Frankel, 2006), mentre tutta la famiglia si può divertire con il cartone della Pixar Gli incredibili del 2004.
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CARISSIMO FIGLIO, MA QUANTO MI COSTI?

7/1/2011

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L'ARRIVO DI UN FIGLIO E IL SUO IMPATTO SUL BILANCIO FAMILIARE

Cameretta, fiocco rosa azzurro, culla, passeggino, seggiolino, seggiolone, latte in polvere (o coppette assorbi latte), pranzo per il battesimo (meglio cominciare anche a risparmiare già per comunione e cresima), pappe varie, triciclo, visite mediche, giochi, quaderni, grembiulino, vestitini, scarpe, biciclette di varie misure, apparecchio odontoiatrico, occhiali, libri di testo, computer, cd, lettore mp3, cellulare (questi ultimi solo perché «ce l’hanno anche gli altri»), paghetta settimanale, patentino, scooter, università, auto, regali per la fidanzata, mancia per l’acquisto della prima casa. Totale: circa 240mila euro dilazionati in 25 anni, a tasso molto variabile. Secondo rigorosi studi del Cnel dello scorso anno, in Italia la spesa media per un figlio si aggira intorno agli 800 euro al mese, con qualche variazione determinata dal reddito, dall’età, dalla regione di appartenenza.

L’arrivo di un figlio impatta sul bilancio famigliare mediamente con un 20%. In pratica, una famiglia che mette al mondo un figlio, si ritrova più povera del 20%. Altri studi arrivano a teorizzare percentuali intorno al 40-50%. Già lo percepiscono i milioni di madri e di padri che quotidianamente fanno i conti – talvolta combattono – con il bilancio di casa. Per completare il quadro economico però bisogna precisare che per mantenere un figlio non ci sono solo i costi «diretti», cioè i soldi che si devono tirare fuori di tasca concretamente.

C’è molto altro da mettere sul piatto della bilancia: quelli che gli economisti chiamano i «costi opportunità». Quanto impatta infatti l’arrivo di un figlio rispetto alle scelte lavorative di mamma e papà?

Quanto costa in termini di mancate opportunità l’uscita, a volte protratta per l’arrivo dei fratellini, della mamma dal mercato del lavoro? Quale sarà la sua posizione quando rientrerà, rispetto alla carriera di una donna che non ha dovuto interromperla?

Quanto costa la minor disponibilità di orari e di spostamenti di papà nel confronto con i colleghi «più liberi»? Anche questo, solo i genitori lo sanno. E c’è da augurarsi che non ci siano imprevisti sul percorso!

IN ITALIA POCHI FIGLI
Ora, abbiamo speso fiumi di parole sul problema demografico, abbiamo tirato in ballo la società e la psicologia, abbiamo detto che gli italiani sono mammoni, disimpegnati, edonisti, che fare figli è un atto che necessiterebbe di una speranza che abbiamo perso. Sicuramente c’è del vero, e bisogna tenerne conto. Ma c’è un fatto oggettivo, semplice e lampante che non ha biso- gno di molti commenti. È il problema economico da affrontare.

Dato primo: l’Italia impiega lo 0,9% del Pil per le politiche famigliari, contro una media europea intorno al 2,4%. Dato secondo: l’Italia è l’ultimo Paese al mondo in fatto di natalità, col suo triste primato di 1,2 figli per donna. Risultato: meno investimenti sulla fami- glia significa meno figli. E non ci vuole un genio per intuire che una qualche correlazione ci deve essere.

«Prova del nove»: la Francia, che economicamente non se la passa molto meglio di noi, negli ultimi anni ha intrapreso per la famiglia politiche coraggiose che sono state premiate con una netta inversione di tendenza in fatto di natalità, culminata nel record europeo del 2003 con 1,9 figli per donna. Per la famiglia hanno investito il 3% del Pil. Perché? «Ogni nuovo nato è anche un guadagno economico e un motivo di crescita per tutto il paese», ha affermato il ministro francese per gli affari sociali.

POLITICHE FAMIGLIARI CHI LE HA VISTE? 
Di politiche economiche a sostegno della famiglia si parla a ogni campagna elettorale, e ogni volta tutto tace un paio di mesi dopo. Perché le politiche famigliari? Tutti sono liberi di scegliere che tipo di famiglia o di non-famiglia vogliono costruire, ma quando si tratta di incentivare la natalità dovrebbe essere ovvio che non vanno dati gli stessi incentivi: a esempio a una coppia sposata con tre figli e a un single o una coppia di conviventi. Non si tratta di discriminare, ma semplicemente di affinare il target in base ai risultati che si vogliono ottenere. I figli sono un bene per tutti: i figli dei poveri, delle classi medie, dei benestanti. Saranno altre leggi che cercheranno di attenuare il divario sociale. Gli assegni al nucleo famigliare sono attualmente fortemente ancorati al reddito. Così chi sceglie di guadagnare di più per poter mantenere più figli se li vede veloce- mente assottigliare. Stessa cosa dicasi per le tasse, che dovrebbero essere calcolate in base all’effettiva capacità contributiva (art. 53 della Costituzione). È chiaro che una famiglia con 1-2 percettori di reddito e 2-3 a carico ha una capacità contributiva ridotta. Si sente parlare di «equità fiscale orizzontale», nel senso di consentire per tutte le famiglie la facoltà di dedurre dall’imponibile i costi necessari al mantenimento della prole, come avviene attualmente in Francia e in Germania. Detto in altre parole, perché – se i figli sono un bene, una risorsa – i genitori devono pagare le tasse sui soldi che spendono per mantenerli?
Persino le aziende detraggono dal reddito le spese e gli investimenti, e pagano le tasse solo su quello che resta! Ma per la famiglia, finora, solo parole e qualche spicciolo.

UN CAPITALE DI UMANITÀ
Sviluppato così il ragionamento, la paura di fare figli cresce. Ma allora, che cosa ci guadagnano i genitori che continuano a procreare? Forse il fatto di veder crescere il frutto del loro amore, la gioia di avere la casa animata da un vocio continuo, l’orgoglio di essere papà e mamma. La famiglia, dove si distribuisce fiducia, si vive la trepidazione della vita nascente, si dispensa amore e si consolano le fe- rite. Dove si cresce, si impara a rispettare le differenze, e di tutti si fa una risorsa.

È quello che gli studiosi chiamano il «capitale sociale», generato soprattutto – è stato dimostrato – dalle famiglie con prole e che si espande come tessuto con- nettivo nella società, dando aria nuova alle relazioni, creando benessere umano. Si dice che per fare figli in Italia bisogna essere «molto ricchi, o molto poveri, o molto cattolici».

È vero, per fare figli occorre avere il coraggio di sganciarsi dal calcolo economico, e buttare il cuore a una dimensione trascendente. Solo questo può ripagare con gli interessi le fatiche dell’impresa. Una nuova versione della nota pubbli- cità della carta di credito: lettino 200 euro, passeggino 150 euro, pranzo per battesimo 25 euro a testa, vedere un figlio che cresce... non ha prezzo. 


FAMIGLIE NUMEROSE
Un figlio incide pesantemente sulla condizione socio economica della famiglia. La conseguenza è che più figli si hanno, più aumenta statisticamente il rischio di trovarsi sotto la soglia della povertà.

IN ITALIA:

FAMIGLIE POVERE 11,1% delle famiglie

FAMIGLIE POVERE CON FIGLI: 13,3 delle famiglie con figli

FAMIGLIE POVERE CON 3 O PIù FIGLI 24,5% delle famiglie con 3 o più figli 
(Fonte: Istat)
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GENITORI A VENT'ANNI? SI, CON SANA INCOSCIENZA

7/1/2011

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Ore 15.45, tranquilla attesa all'apertura del cancello della scuola materna in un tiepida giornata primaverile. L'incauto padre oggi non ha il turno nel pomeriggio e si muove principiante tra le madri dei compagni di suo figlio.  All’esordio una domanda ingenua quanto devastante: «Buongiorno signora... lei è la mamma... o la nonna?». Ormai la frase è detta, e il goffo tentativo di nascondersi dietro qualche battuta non fa che peggiorare la situazione. «Ah, scusi, avevo il sole negli occhi... non ci vedo benissimo... eh sa, noi uomini facciamo spesso queste gaffes... è la terza volta che mi capita... mia moglie me
lo dice sempre di stare zitto...».

A dire il vero il dubbio permane. Sarà una nonna cinquantenne, ben tenuta e palestrata, o è una mamma quarantenne che ha appena finito il lavoro e non ha coperto bene i segni del tempo? Nel primo caso la signora andrà a casa avendo guadagnato una salute d’oro per almeno dieci anni, e racconterà il fatto alle sue amiche per i mesi a venire, nel secondo caso... l’amicizia sarà irri- mediabilmente compromessa.

Non è facile di questi tempi orientarsi tra le generazioni. Si potrebbero organizzare delle scommesse anche guar- dando i maschi che accompagnano i bambini al parco.

Mano nella mano con i piccoli, escono da auto lucide signori distinti con capelli brizzolati e barba bianca, e arrivano a piedi ragazzi quasi imberbi con bermuda e sandali. Sono nonni? Sono i fratelli maggiori? No, nella maggior parte dei casi sono padri. E se un tempo si poteva immaginare che i primi fossero padri attempati che accompagnano l’ultimo figlio, il quarto o il quinto della nidiata, e i secondi fossero semplicemente sposini alle prime armi, oggi non è così. L’Istat ci conferma che, dal 1990 al 2006, i figli unici sono ormai la maggioranza.

Ed è sempre l’Istat a confermarci anche che l’impressione che tutti abbiamo dell’aumento dell’età media dei genitori è fondata.

Tra gli anni ’50 e oggi l’età media di una donna al primo figlio è passata da 25 a 29 anni. Quella dei padri invece è arrivata a 33 anni. Ma sono sempre più le donne che non hanno problemi ad affrontare maternità – la prima mater- nità si intende – anche over 40. Per i padri addirittura la sfida del tempo pare non avere limite, visto che l’orologio biologico, almeno dal punto di vista procreativo, è più prodigo.

Nel corso di un sondaggio nazionale condotto nell’anno 2006, alla domanda «A che età sei diventato padre per la prima volta?», il 25% degli italiani ha risposto «tra i 20 e i 29 anni», il 60% «tra i 30 e i 39 anni» e il 15%«dopo i 40 anni». E riguardo «i motivi del rimando della paternità», il 47% ha dato la colpa a problemi economici, il 26% ha dichiarato che a non sentirsi pronta era la sua partner, il 13% ha risposto di aver rimandato la nascita del primo figlio per motivi legati al lavoro o alla ricerca di una soluzione abitativa; infine un 14% ha dichiarato di non sentirsi pronto ad aver figli.

L’analisi è quindi piuttosto complessa. Si intersecano variabili sociologiche, come la difficoltà a stabilizzarsi sul mercato del lavoro e di conseguenza a pensare di accendere un mutuo, con altre più prettamente psicologiche, legate a un senso di insicurezza e immaturità rispetto al «grande salto».

Sì perché, sempre parlando di sondaggi, emerge chiaramente che – molto più dell’età cronologica, dell’uscire di casa, dello sposarsi, dell’avere un lavoro – è proprio avere un figlio che oggi è considerato come la consacrazione definitiva dell’appartenenza al mondo adulto. Quindi i conti tornano: ci si sposa sempre meno, sempre più tardi, la scelta di avere un figlio viene procrastinata e alla fine... è chiaro che se ne fanno pochi. Non si può liquidare la questione dicendo che avere figli tardi sia necessariamente una brutta abitudine. Occorre però fare qualche ragionamento. Diventare genitori è un atto biologico, ma anche legato all’ambiente nel quale si vive. Avere figli è – si diceva – una «cosa da grandi», ed essere adulti non dipende solo dall’età. Nelle società semplici, nelle quali i processi di socializzazione sono molto essenziali, l’età adulta corrisponde grosso modo con l’età riproduttiva. Nelle società come la nostra, per essere adulti, autonomi, è necessario passare una serie di tappe obbligate prima delle quali è impensabile sganciarsi dalla propria famiglia. Per alcuni – sempre meno – basterebbero le scuole dell’obbligo
e i 2-3 anni per trovare e consolidare un lavoro, e già si arriverebbe ai 20-21. Ma per i più si tratta di un percorso fatto di scuola, università, tirocinio o praticantato, un mini- mo di carriera per mettere via un piccolo gruzzoletto e iniziare la famiglia. Ma lungo la strada ci possono essere anche degli imprevisti: l’indirizzo scolastico che non fa per noi, qualche anno di crisi all’università, problemi sul lavoro, la persona sbagliata. Si fa presto ad arrivare alla soglia dei 40 e preparare la lista nozze. E sono bravi ragazzi, li conosciamo tutti. Ma intanto l’età avanza, anche se i cosmetici e la palestra cercano di farlo dimenticare. Il progresso attuale è avvenuto in maniera vertiginosa negli ultimi secoli, e il nostro corpo non si è ancora adattato. Dal punto di vista biologico i figli sarebbe più convenien- te farli intorno ai vent’anni. Si è più fecondi, certo, ma non solo. Si perdoni la banalità, ma per fare le ore piccole a consolare coliche, aprire e chiudere passeggini, caricarli in macchina, rincorrere un bimbo che scappa sulla strada... ci vuole un fisico bestiale, e 20 anni o 40 non sono proprio la stessa cosa. Dalla parte dei genitori più maturi sta una presunta maggiore consapevolezza di sé, e quindi una competenza a muoversi con più sicurezza nella società. E questo non può che far bene ai bimbi. Ma poi c’è il paradosso della dif- ferenza di età: in una società che cam- bia sempre più velocemente aumenta il divario di età tra genitori e figli. Chi ha un figlio a 40 anni, a 60 avrà un giovane che si affaccia all’università e a 70 un trentenne che affronta il mercato del lavoro. C’è da sperare di rimanere in forma!

Ciò che nelle argomentazioni sulla genitorialità stupisce maggiormente è l’enfasi sugli aspetti più razionali della questione. Arrivati a una certa età – complice l’effettiva maturazione – pare che per alcuni progettare di avere un figlio sia come progettare una casa o una vacanza. Siamo pronti? Abbiamo la casa? Il lavoro? Siamo una coppia stabile? Abbiamo previsto le spese? Abbiamo l’assicurazione? L’ossessione per il calcolo.

Questa è la grande differenza: chi i figli li mette al mondo a vent’anni lo fa con un po’ di sana incoscienza. Incoscienza
sì, quanto basta per considerare che diventare genitori trascende la nostra capacità di calcolo e proietta verso gli orizzonti infiniti della vita che si dispiega. Per chi ha poi il dono della fede, la vita che nasce è partecipazione all’amore di Dio che fin dall’eternità ha un sogno su ogni creatura. È difficile trovare una persona che rimpianga di avere messo al mondo un figlio, succede in momenti di grande sofferenza e solitudine. Ma tutti conosciamo decine di persone che più o meno velatamente rimpiangono di aver aspettato troppo, o di aver avuto paura a fare un figlio in più quando potevano, per motivi che ora paiono banali.

Ben vengano quindi le scelte ponderate, sagge, sapienti, ma gli sposi non perdano mai la freschezza giovanile di buttare il loro amore oltre gli ostacoli quotidiani per partecipare in maniera appassionata, con coraggio e fede, alla grande avventura della vita.

E questo valga per gli sposi di vent’anni e per quelli di quaranta.

PIù TARDI MENO FIGLI

L’età media alla nascita del primogenito per le donne nate nella prima metà degli anni ’60 risulta di poco superiore ai 27 anni, con un aumento di poco meno di 2,5 anni rispetto alle nate a inizio anni ’50. L’età media al primo figlio per gli uomini nati nella prima metà degli anni ’60 supera invece i 33 anni, ed è aumentata di circa 3,5 anni rispetto ai nati a inizio anni ’50. Le analisi evidenziano che più tardi gli uomini arrivano a entrare in coppia e più tendono a posticipare ulteriormente la decisione di mettere al mondo un figlio. La propensione ad avere il primo figlio si riduce di circa l’80% per chi si sposa attorno ai 35 anni rispetto ai 25.


Fonte ISTAT
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DOTTORE NON DORME!

22/12/2010

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NON RIESCE AD ADDORMENTARSI, O SI SVEGLIA IN CONTINUAZIONE. CHE COSA DISTURBA IL SONNO AD UN BAMBINO DI NOVE MESI CHE AVEVA SEMPRE DORMITO? TRE IPOTESI E ALCUNI SPUNTI PER DORMIRE MEGLIO

Come i segnali di fumo degli indiani d’America: li vedo, non ne capisco il significato ma so che qualcuno sta mandando un messaggio. Siamo di fronte ai bambini che non possono ancora par- lare e comunicano piangendo, ridendo, cercando lo sguardo, e... non dormendo di notte. «Verso l’ottavo/nono mese il no- stro piccino ha cominciato a dormire con difficoltà», mi scrive Silvia.

Per una famiglia è un evento stressante perché crea dei circoli viziosi di stanchezza – impossibilità di dormire – tensione, che logorano il rapporto tra genitori e figlio, e tra marito e moglie. Ecco tre abbozzi di “lettura” di questi segnali. Il primo è fisiologico: è un’età in cui potrebbe esserci il dolore dei dentini che spingono per ta- gliare le gengive, disagio che si amplifica stando sdraiati. Occorre poi verificare che l’ambiente non sia caldo e che il bimbo non sia vestito troppo. Il medico potrà tran- quillizzare riguardo lo stato di salute generale, e questo Silvia l’ha già fatto: «Il pediatra ci ha detto che è una fase normale in quanto, a quell’età, i bimbi cercano la presenza della mamma». E così siamo introdotti alla lettura psicologica: è intorno ai 7 mesi che il bambino comincia a star sveglio intenzionalmente. Prima poteva essere disturbato principalmente da stimoli interni (fame, coliche), invece adesso le sue energie sono orientate a consolidare il rapporto con la mamma. C’è l’angoscia per la temporanea perdita che non gli permette di rilassarsi completamente. In genere i genitori imparano come far fronte a questo tipo di difficoltà: creare un clima tran- quillo, la favola, l’orsacchiotto come oggetto di transizio- ne, orari regolari. Ma c’è una frase nella bella lettera di Silvia che ci potrebbe orientare verso una lettura di tipo “relazionale”: «La cosa strana è che questo periodo non è coinciso con l’inizio del lavoro, “l’insonnia” è cominciata circa un mese prima». Perché non considerare il piccolo talmente competente da captare la preoccupazione della mamma per l’inizio del lavoro? «Come farò? Ne soffrirà? Che pena sarà per lui senza di me...». Ed esprime la pre- occupazione “per conto” della madre. Se, Silvia, senti che potrebbe esser questo, coinvolgi tuo marito. Per gli uomi- ni generalmente il distacco è vissuto con più naturalezza. Accompagnate insieme il momento della nanna.Poi tu esci, e il papà continui a tranquillizzare il bimbo. Tenete le porte aperte e fate sentire che ci siete in casa, presenti e sereni. Riguardo il fatto di tenerlo a letto insieme a voi, cosa che state facendo, non è la fine del mondo ma nemmeno bisogna indugiare troppo. In tre su un letto è disturbante, anche per lui. Parlategli con calma, come se capisse tutto. Tranquillizzerà lui e sarai più tranquilla anche tu.

Lettone sì, lettone no

Approssimando, ci sono due grandi filoni di pensiero: quello americano è per il “lettone sì” adducendo soprattutto motivazioni derivate dall’etologia. Nei mammiferi è naturale che i cuccioli dormano insieme ai genitori: dà sicurezza, è protettivo, sincronizza i ritmi biologici di adulti e piccoli, e, se vissuto naturalmente, altrettanto natu- ralmente i bimbi usciranno dal lettone spontaneamente.

Sostenitrici assolutamente del “lettone no” sono invece le ricerche nord europee, per le quali il lettone crea dipendenza, ed è meglio fin da piccoli essere autonomi per imparare a consolarsi da soli.


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    Marco Scarmagnani
    giornalista e
    consulente familiare

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