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AIUTO! I COMPITI!

1/2/2011

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LA SCUOLA PUÒ DIVENTARE UN’ANSIA, PER I FIGLI MA ANCHE PER I GENITORI. E I COMPITI PER CASA? È GIUSTO AIUTARLI O È MEGLIO CHE SI ARRANGINO?


Parafrasando Beppe Grillo si potreb- be dire che la generazione attuale è l’ultima che si preoccupava per i propri compiti (per evitare il rimprovero dei genitori) e la prima che si preoccupa per i compiti dei propri figli (per evitare il rimprovero degli insegnanti).

Reti di mamme che intasano le linee telefoniche pomeridiane per confrontarsi su esercizi, interrogazioni, interpretazioni dei diari, ed eserciti di padri che tornando stanchi dal lavoro sull’uscio si chiedono: «Sarò capace stasera di risolvere il compito di matematica di mio figlio?».

Perché poi ci saranno i ricevimenti: quegli stessi genitori che da piccoli aspettavano terrorizzati, implorando pietà, papà che tornava dal colloquio, adesso si ritrovano davanti al professore, con trent’anni in più, come in tribunale. E gli imputati sono sempre loro.

Immagine volutamente fantozziana, sicuramente non è così per tutti ma lo è in molte famiglie, tra le quali quella di Ilaria la quale ci scrive che «purtroppo sono ricominciate le scuole e con le scuole l’incubo. Già c’erano state le prime avvisaglie a fine agosto. Ci siamo accorti che era quasi passata l’estate e che nostro figlio Luca, che quest’anno va in quinta elementare, non aveva ancora iniziato i compiti delle vacanze. E allora io e mio marito ci siamo dati i turni per seguirlo. Adesso sarà tutti i giorni così, perché se non lo faccio io lui è un irresponsabile e andrebbe sempre a scuola con qualcosa da fare. Eppure è un ragazzo intelligente e questo mi dà ancora più rabbia. A volte dimentica i quaderni, e allora via a fare le fotocopie dai suoi compagni. Mio marito è piuttosto seccato da questa situazione perché in casa non c’è pace, tutte le sere i compiti da finire. Ma io, che a scuola ero sempre diligente, perché mi merito un figlio così?».

So poco di te, Ilaria, ma una pista potrebbe essere questa: semplicemente avete motivazioni diverse.

Perché tu eri diligente? Solo perché ti piaceva applicarti o anche perché avevi paura dei giudizi negativi? Perché i tuoi erano severi? Perché studiare rappresentava un modo di riscattarti e di avere una buona posizione sociaLe? Magari ora, tuo figlio, non ha nessuna delle motivazioni che spingevano te. Lui ha tutto, e ha pure chi si preoccupa al posto suo.

Di chi è il problema? In questo momento dei genitori che hanno preso il posto del figlio, impedendogli di apprendere la fatica, il gusto di applicarsi, di apprendere e di farcela, la consapevolezza delle proprie capacità, che passano anche attraverso qualche fallimento. Altro è aiutare, altro è sostituirsi.
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"IO" NON MI SENTO CAPITO!

1/2/2011

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ANCHE QUELLE CHE CONSIDERATE BANALITA', VI DARANNO INFORMAZIONI PREZIOSE PER CAPIRVI.

Caro Marco, nella tua rubrica, come in molte simili di altri giornali, si sente spesso la solita solfa: «Mio marito non mi ascolta, io non mi sento capita», le donne sensibili, empatiche, e i maschi un po’ orsi che hanno bisogno di un corso di formazione alla comunicazione. Beh, con tutto rispetto, non è che le cose siano sempre così. Io sono sposato – tra alti e bassi – da 15 anni e spesso mi è capitato di non sentirmi capito da mia moglie. Penso che queste grandi esperte di relazione, dovrebbero fare qualche sforzetto per capire che noi uomini non siamo come loro. I temi sono diversi, ma la capacità di ascolto e di comprensione dovrebbe essere di entrambi. Il bisogno di gareggiare e fare sport, la voglia di uscire con gli amici, i film d’azione, l’impegno sociale... insomma, come si può far capire che non è che i loro sono bisogni e i nostri sono capricci. Mi pare che i consulenti siano un po’ sbilanciati. Grazie.

Antonio


C’è un po’ di rancore nella tua interessante riflessione, Antonio, qualche rospetto di troppo che ti pare di avere ingoiato. Tutto in buona fede, pare.

Passano gli anni, cerchi di essere comprensivo del mondo di lei, e non sempre ci riesci. Poi avanzi richieste “banali” e ricevi picche! Ma come? Non posso bermi una birra in compagnia? Non possiamo guardare insieme “007 “o la “Trilogia di Jason Bourne”? Non posso buttarmi a capofitto nell’organizzazione di una manifestazione del paese dove tutti mi diranno che sono bravo? Sì, hai ragione, potrem- mo considerarli il corrispettivo maschile rispettivamente delle lunghe telefonate con le amiche a parlar di tutto, della visione dei “Ponti di Madison County” o della passeggiata al parco durante la quale tutti dicono a lei: «Ma sono suoi questi bei bambini? Che brava mamma!».

Piccole grandi soddisfazioni al maschile e al femminile. Che dire, Antonio? Non mi resta che convenire con te, anche per ovvie ragioni di alleanza maschile, e perché dici che siamo sbilanciati...

Ricordate però una cosa semplice: il rapporto a due non è un gioco a somma zero. Avete capito che basare la vostra felicità (solo) su reci- proche concessioni vi lascerà sempre insoddisfatti. L’animo umano è appagato dalla relazione profonda. Vi pare difficile quando si è così diversi? Provate allora a stupirvi della vostra diversità. Provate ad immergervi nel mistero delle differenze. «Ma che cosa ci troverà nel parlare con le amiche?».

«Ma che ci sarà di intelligente nel parlare di calcio davanti ad una birra?». Provate a volgere la vostra attenzione non tanto al vostro disappunto quanto alle sfumature dell’umore dell’altro. È più felice? Meno? È deluso? È confusa? E non dite: «Ma le cose importanti della vita sono altre». Vedrete che anche quelle che considerate banalità come quelle che vi ho citato vi daranno informazioni pre- ziose per capirvi. Comincia pure tu, è un bell’esercizio anche da fare da soli.
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IL FILM: PARENTI, AMICI E TANTI GUAI

1/2/2011

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È un film un po’ vecchiotto (1989, diretto da Ron Howard), e anche piuttosto leggerino ma molto interessante, che mette in scena in forma di commedia le relazioni familiari, parentali e allargate. Interpretato da un delizioso e ironico Steve Martin (il protagonista della recente Pantera Rosa) e da un giovanissimo Keanu Reeves (sì, quello di Matrix!). Ogni famiglia con le sue imperfezioni, che si ingigantiscono quando vengono affrontate in ambiti ristretti, e si disciolgono quando si esprimono in contesti allargati. Molto educativo.

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SCAMBI VIRTUOSI

1/2/2011

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LA FAMIGLIA – SI LEGGE NEI MANUALI – DEVE ESSERE DOTATA DI UNA BARRIERA SEMI-PERMEABILE. SE CI SONO TROPPI SCAMBI CON L’ESTERNO SI DISPERDE, SE NON CE NE SONO, AVVIZZISCE. DA EVITARE COMUNQUE LO SCAMBIO DI PARTNER



È sera, la cena sarà già sicuramente pronta, e mi trovo ancora ad un’ora di strada da casa. Chiamo il mio collega per aggiornarlo sul lavoro fatto e per concordare le prospettive della giornata seguente. Parliamo un po’ e poi mi dice: «Guarda che c’è anche il tuo Elia a cena con noi, e i nostri ragazzi hanno già deciso che dormirà qui questa notte». Non è la prima volta: anche se frequentano la se- conda media in due scuole diverse, hanno fatto assieme un tratto di elementari. Ma c’è un’altra novità: «Ah – mi dice ironico – invece il nostro Giovanni passerà la notte a casa tua. Abbiamo fatto uno scambio!».

Telefono a casa e mia moglie – tra un frastuono irritante per chi cercava solo una voce soave per lenire le fatiche del giorno – mi risponde piuttosto ilare che i piccoli stanno allestendo la camera per il nuovo ospite e si stanno azzuffando per contendersi i posti-letto.

Una baraonda giocosa. Sì, perché fortuna vuole che Giovanni leghi bene sia con il mio Alberto (che ha un anno di meno) che con la mia Giulia (che ha un anno in più). Si vedono tutti i giorni alla scuola elementare: Alberto in prima, Giovanni in seconda, Giulia in terza. Una scala perfetta. E così si creano varie combinazioni: possono giocare tutti e tre insieme, possono i due maschietti dedicarsi a giochi più “dinamici” mentre la principessa sta con la mamma, o possono stare insieme i due più grandi – Giovanni e Giulia – accomunati da un’indole piuttosto riflessiva.

Dinamiche che sono molto più difficili da realizzare quando gira per casa un tredicenne in piena attività pre- adolescenziale.

Quello invece se ne sta fortunatamente con l’amico Emanuele. Giocano al computer, ascoltano musica, fanno un giro in bici. Roba da grandi. 

Alcune specie di primati si scambiano i cuccioli per rinforzare la fiducia nel gruppo e per saldare i legami. Nelle società primitive i figli sono cresciuti da tutta la comunità. È possibile anche nella nostra evoluta società occidentale allentare le barriere della famiglia nucleare? Pare di sì, e i vantaggi sono molti. Quante volte si sentono genitori dire: «Mio figlio? A casa è un mascalzone, e mi preoccupo della figura che può fare, ma quando va a casa d’altri mi dicono che è educato, posato, interviene in maniera intelligente...». 

E così, mentre il mondo propone lo scambio di coppie per rendere la vita più frizzante, noi cattolici possiamo proporre lo scambio dei figli. Per rendere la loro vita più dinamica, sicura e perché assaporino un’indipendenza “controllata”.
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VITA DA GENERO

1/2/2011

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IL SI CHE AVETE DETTO IL GIORNO DEL MATRIMONIO ERA SOLO L'INIZIO.

Dottore vengo subito al dunque: non che in linea di principio io sia contrario a vivere con mia suocera ma, dopo 8 anni sento di essere in una condizione molto pericolosa.

Mia moglie fa una specie di comunella con lei e io mi sento proprio tagliato fuori. Il problema è che una volta mi arrabbiavo, adesso non più. Le vedo lì, a parlare delle loro cose e a decidere anche della mia vita. Sembrano sorelle: stessa parrucchiera, stesso taglio di capelli, a volte addirittura si scambiano i vestiti. È una cosa che proprio mi urta.
Comunque, in breve, io per mia moglie non provo più nulla e sto seriamente pensando di lasciarla. Contenta lei, visto che con la mamma sta tanto bene...
Ma ho qualcosa che mi rode, che non riesco a definire bene.


Roberto via e-mail


Cos’è che rode? La rabbia di aver sprecato tutti questi anni? La delusione di non aver trovato una via di accesso verso tua moglie? La frustrazione di sentirti un po’ passivo in tutta questa storia? O è forse il sentimento sconcertante di buio rispetto al vostro futuro?

La tua mail, Roberto, sembra il grido di una persona imprigionata: non c’è futuro, non c’è speranza, non c’è progetto. Pure la spinta propulsiva della rabbia ti ha la- sciato.

Queste due donne con un rapporto così potente ti spaventano e ti hanno bloccato. Come mai? È stato così fin dall’inizio o siete scivolati piano piano in questa situazione?

Dalla tua lettera non si capisce. Si scorgono solamente dei tentativi che probabilmente sono stati o troppo timidi o impulsivi. È così, Roberto, non sei ancora entrato nel cuore di tua moglie e quindi preferisci mollare. Eppure, anche in questo momento così buio, tua moglie ha bisogno di te. 
Il rapporto tra madre e figlia è molto forte e alcuni sostengono che non si risolva mai del tutto. Solo nell’evolversi delle storie familiari può trovare il giusto senso e la giusta dimensione, quando la coppia, la coniuga- lità, riesce a dare quel senso di pienezza e di completezza che permette di gettarsi in un progetto a due, che tiene conto dei propri genitori ma che è chiamato a costruire qualcosa di nuovo.

Ti consiglio di rivolgerti ad uno psicologo o ad un consulente che ti possa aiutare perché probabilmente quello che stai vivendo non dipende solo dalla tua vita ma- trimoniale. Anzi, può essere l’occasione perché tu possa prendere in mano alcuni nodi non risolti della tua storia.

Io penso che tu debba fare una scelta adulta, consapevole, responsabile. Tu e tua moglie vi siete scelti, ma il sì che avete detto nel giorno del matrimonio era solo l’inizio e l’impegno di un sì quotidiano per il futuro. Quando uno è più debole, l’altro lo dica più forte. Nel tuo caso, se senti che tua moglie è più sposata alla mamma che a te, chiamala con coraggio, come un cavaliere dall’armatura scintillante che riconquista la sua dama. Vedrai, te ne sarà grata.
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HA PAURA DI TUTTI

1/2/2011

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CON GLI ALTRI BAMBINI SEMBRA UN PULCINO, ED È SEMPRE MOLTO INSICURA. CHE FARE CON UNA BAMBINA CHE HA UNA SPECIE DI ANSIA SOCIALE? COMINCIAMO COL TRASMETTERLE LA GIOIA DI VIVERE



La mia bambina di 6 anni e mezzo – scrive nella sua lunga e preoccupata lettera Eliana – frequenta la prima elementare e la maestra mi dice che quando in classe fanno delle attività si blocca e, se incoraggiata a fare il compito, si mette a piangere. Con me poi: ogni volta che dobbiamo andare a qualche festa di compleanno sono tragedie, e al parco giochi o se ne sta in disparte a guardare o subisce passivamente le iniziative degli altri: un pulcino. Mi tocca invitare le sue amichette ad una ad una, ma proprio in gruppo si sente a disagio. Ah, anche con i nonni si trova bene, ma io non sono d’accordo che la trattino come una di 3 anni. Che dire, io sono esausta anche perché ho un altro piccolo di appena un anno, mio marito minimizza, e troppo spesso – lo confesso – perdo le staffe. Vorrei capire che fare».

E ti chiedi perché questa figlia fa così invece di godersi la sua giovane età, e perché hai un altro peso, già ne avevi abbastanza!

Io partirei da qui, dallo sguardo su una mamma stanca che ha poche occasioni per trasmettere la gioia di vivere alla sua bambina. Il senso di colpa è in agguato. «Non le sto dedicando il tempo e le energie necessarie. Il piccolo mi prosciuga. Mio marito si è defilato con la scusa del lavoro. I nonni la viziano». E, si sa, il senso di colpa è pa- rente stretto della rabbia. Ecco allora che si esplode...

Quando si entra alla scuola elementare poi i bambini si
affacciano in un nuovo mondo: si fa sempre più chiara la consapevolezza del proprio esserci e vengono richieste delle performance. Immagino che per te sia dura rapportarti a lei. Magari ti senti sperduta con tua figlia.

Prima di pensare a lei, cara Eliana, pensa un po’ a metterti in una condizione di maggior benessere. Pensa a ritagliarti un po’ di tempo e di energie per dedicarti a te e a ciò che più ti piace. Fai un po’ di sport, esci con tuo marito, coltiva qualche bella relazione con le tue amiche e, se ti senti un po’ arida anche spiritualmente, prenditi un po’ di tempo per pregare.

Come fare? Tuo marito va sicuramente coinvolto, spie- gandogli proprio che forse lui avrebbe anche qualche marcia in più per infondere sicurezza a sua figlia. Poi fai riferimento ai nonni: già che sono così bravi con i piccoli, dai loro anche il secondogenito qualche volta.

Vedrai che con un po’ più di carica riuscirai a vedere tua figlia con meno pena e – soprattutto – tua figlia vedrà una mamma forte che potrà essere un modello: «Che bello mamma: anch’io, un giorno, sarò come te».

Genitori ansiosi, figli pure

«Negli ultimi anni il numero di bambini e ragazzini che manifesta specifici disturbi d’ansia ha raggiunto un livello da allarme sociale. Pare che il 21% dei ragazzi di 8, 12 e 17 anni presenti una sintomatologia e disturbi tali da giustificare una diagnosi di ansia». Inizia così una recente “guida per genitori di bimbi ansiosi”. E poi elenca i campanelli d’allarme: se a 1 anno il bambino ha disturbi dell’alimenta- zioneodelsonno,sea 2 o 3 anni il bambino ha difficoltà a separarsi dai genitori e a affrontare l’ingresso nella scuola materna, eccetera.

Figli ansiosi, genitori ansiosi, figli ancora più ansiosi... via co
sì.
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TESTIMONE DI CHE?

1/2/2011

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LIBERATI DA QUESTE  CATENE E PRENDITI A CUORE LA RELAZIONE DI CUI SEI TESTIMONE


Caro Marco, una coppia di nostri amici, sposati da circa tre anni, sono molto in difficoltà. Non che ce lo abbiano detto chiaramente, ma si vede dai loro atteggiamenti, si sente nell’aria una forte tensione quando andiamo a trovarli, si fanno certe frecciate! Io e mio marito ci sentiamo un po’ responsabili perché siamo stati i loro testimoni di nozze, e ci chiediamo spesso che cosa possiamo fare. Siamo però inchiodati perché non vorremmo essere invadenti. Quando abbiamo avuto delle difficoltà noi, una decina di anni fa, i nostri testimoni proprio non si sono preoccupati di noi, e ci siamo dovuti arrangiare. Magari ci avrebbe fatto piacere un interessamento. Ci chiediamo qual è il ruolo dei testimoni. Solo quello di presenziare alle nozze o qualcosa in più? Se ci puoi dare una mano... grazie.

Yvonne



Cara Yvonne, la prima cosa che ti dico è che un sacerdote, un esperto di pastorale, sapranno sicuramente darti parole sagge e consigli illuminanti per vivere questo aspetto della vostra Fede.

Per quanto riguarda le relazioni io ti posso invece parlare della bellezza di avere persone che si prendono cura di una coppia. Non professionisti, ma coppie a loro volta con gli stessi doni, le stesse trepidazioni, le stesse paure.

Le coppie, le famiglie, possono essere tra loro un grande dono reciproco. Allora ti chiedo: ti è mai capitato di andare a cena con tuo marito da una coppia di amici, partire con il muso e tornare rilassati? Perché? Forse perché vi hanno fatto una consulenza o una psicoterapia? No, semplicemente per il fatto di essere stati insieme. Ti è mai capitato di avere problemi con i tuoi figli, che ti sembrassero insopportabili, e poi, dopo aver passato un pomeriggio assieme ad un gruppo di famiglie con i figli di tutti, sentirti mamma più di prima? Condividere la vita con altri che vivono l’avventura della famiglia è la più grande medicina per curare le relazioni. Non siamo abituati: la privacy, la riservatezza, una errata convinzione che il buon senso dica di farsi gli affari propri. Ci convinciamo che ognuno stia meglio a vivere inscatolato tra le quattro mura della sua casa, che diventano prigione se non c’è scambio con gli altri. Guarda poi che cosa carina mi scrivi: ti senti in imbarazzo a tendere la tua mano alla coppia di cui siete testimoni, quando hai sperimentato tu stessa il desiderio che qualcuno ti tendesse la mano. È proprio così che si fa a stare fermi: quando gli altri hanno bisogno non ci sembra opportuno immischiarci, quando abbiamo bisogno noi non ci sembra opportuno chiedere.

Yvonne, liberati da queste catene, prendi a cuore la relazione di cui siete testimoni. Vedrai che la tua sensibilità ti suggerirà la discrezione necessaria. Non servono tante parole, a volte basta un po’ di feeling ed intesa per far sentire la propria vicinanza.
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IL FILM: SEGRETI E BUGIE

1/2/2011

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Gran bel film di Mike Leigh del 1996, che si snoda in maniera sensibile e delicata tra i segreti di una fami- glia. Tutto parte da Hortense, donna borghese di colore che – alla morte della sua madre adottiva – si mette alla ricerca del suo passato. Si entra così in un castello di segreti e bugie che si teneva in piedi sull’incomprensione reciproca generando diffidenza e malessere. Il coraggio, ma anche l’umiltà e l’empatia di Maurice, fotografo sposato e senza figli, riuscirà in un lungo pranzo a svelare i segreti e a far riguadagnare la serenità a tutta la famiglia.

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MA DOV'E' PAPA'?

1/2/2011

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DIRE SEMPRE LA VERITÀ AI BAMBINI? ANCHE QUANDO È SCOMODA? ANCHE QUANDO È IMBARAZZANTE? PICCOLE E GRANDI BUGIE DETTE AI FIGLI “A FIN DI BENE” RISCHIANO DI RITORCERSI CONTRO I GENITORI, CREANDO DANNI ALLA FIDUCIA NELLE RELAZIONI


Mio figlio Manuel di 7 anni – scrive Elisabetta – da un po’ mi chiede con insistenza di vedere suo padre. Le dico la verità, per me con lui è finita, mi sono separata 5 anni fa, e da allora il piccolo non l’ha più visto. Gli è stata anche tolta la patria potestà ed ho saputo che adesso è in una comunità, ma non mi pare il caso di dirlo a Manuel, altrimenti poi lo saprebbe tutto il paese». Ma come giusti- fica una assenza così protratta? «Gli dico che è al lavoro – scrive più avanti – che sono stanca e che quando saremo liberi andremo a trovarlo. Insomma continuo ad inventare scuse». Ma la curiosità di Manuel diventa un tarlo, infatti «le maestre hanno chiesto di dire cosa avrebbe voluto fare da grande e lui ha risposto: “Mi compro una moto e vado a trovare il papà”».

Non è per niente semplice, cara Elisabetta, ma la linea che stai tenendo, certamente in buona fede, ti renderà col tempo sempre più imbarazzata nei confronti di Manuel. Ogni figlio, lo diceva spesso anche don Oreste, ha un bisogno insopprimibile di conoscere i suoi genitori. Nulla lo potrà fermare, e alla sua età capisce al volo che qualcosa non quadra. «Perché tutti gli altri bambini vedono il papà e io no? Perché anche quelli che lavorano lontano ogni tanto tornano? Forse io non sono bravo?». Capisci, Elisabetta, questi potrebbero essere i pensieri che piano piano si formano nella sua mente, e il fatto che non si possa permettere di farti domande, perché le tue risposte sono evasive, crea in lui un peso difficile da sopportare. Pensa poi alla sfiducia che potrebbe avere verso di te e verso le persone che gli stanno intorno se venisse a saperlo da altri: «Perché non mi avete detto nulla? Perché mi avete mentito?»

La verità, detta con amore e in maniera consona all’età, non potrà mai far male quanto le fantasie che riempiono il vuoto del padre che gli manca.

Forse non trovi il coraggio, perché anche tu sei sola e
confusa. Fatti dare una mano da qualcuno di cui ti fidi. Prova, come un copione, ad abbozzare un discorso per dirgli qualcosa. Vedrai che subito ti sembrerà di non trovare le parole, ma poi sarà più facile di quanto immaginavi. Comincia con qualcosa del tipo: «Il Giudice, che vuole bene ai bambini, ha visto che il tuo papà non era in grado di essere un buon papà perché non stava bene. Adesso si sta facendo aiutare e non è possibile che tu lo veda. Però anche lui vorrebbe vederti, e ti vuole bene, come te ne voglio io, i tuoi nonni, le maestre, i tuoi amici».

Con la tua sensibilità, aggiungerai negli anni altri parti- colari. Vedrai che per lui sarà un sollievo, e anche per te.
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SEDOTTI DAL PORTATILE

1/2/2011

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Buona notte (scrivo questa email alle 2). La scena è questa più o meno ogni sera, dopo cena, io porto a letto i bambini e mia moglie sistema la cucina. Quando torno lei è al portatile e sta chattando con le sue amiche dal divano... Allora io apro il mio e mi metto in studio. Sistemo le fatture, guardo lo sport, e poi qualche ricerca “professionale”... faccio il rappresentante e allora vedere come lavorano i concorrenti, quali i nuovi prodotti sul mercato... insomma il tempo passa... e come quasi tutte le notti mia moglie si addormenta sul divano e io vado a letto da solo per essere raggiunto chissà quando... beh, almento non ci sono problemi di gravidanze indesiderate.

Caro navigatore notturno, l'ironia non ti manca ma ti rendi conto che la situazione non può andare avanti così.
Se ti può (relativamente) consolare, sei in buona compagnia. 
Il boom degli ultimi anni dei social network, di Facebook, di Skype e di blog su ogni argomento hanno fatto impennare il numero degli internet-dipendenti.
A portata di notebook, comodi e a costi irrisori, si può avere la sensazione di essere collegati al mondo intero. Cerchi un film? Ce l’hai. Vuoi parlare con un tuo amico? Vedi se è in linea! Vuoi far sapere cosa stai facendo? Vedere a quante altre persone che conosci piacciono le tue stesse cose? Niente di più facile.
Come si fa a stupirsi se cotanta informazione alla fine ubriaca? Viviamo – si dice – nell’era dell’informazione. Chi è più informato vince, chi sa più cose o sa meglio dove trovarle è in anticipo, chi riesce a far rete, ad avere più contatti si sente... meno solo.
Eh sì, e qui si scivola. Da che cosa si riconosce la dipendenza? Dal fatto che continui a controllare le email giorno e notte, magari facendotele anche notificare sul cellulare per non perdere un minuto, o che diventi triste quando nessuno ti scrive, o nessuno posta qualcosa sulla bacheca di FB. E allora cala la tristezza. Sì, perché nel frattempo ti sei perso i legami con le persone che più ti stanno vicine. Alla fine è più facile scrivere via chat, magari intavolando serie discussioni (tanto poi si chiude) che iniziare un discorso con la moglie... quello può sembrare più rischioso. Beh, hai ragione: quando si perde l’abitudine al dialogo, ogni scambio diventa potenzialmente pericoloso, perché non ci si ricorda più come si fa... o si cova un rancore nascosto.

«Sei tu che vuoi sempre stare davanti al pc». «No, sei tu, ti ho chiamato anche mezzora fa». «... ma io non ti ho sentito!». Prescrizione molto semplice. Prima settimana una sera senza computer, seconda due, e via così. Ah, non ti spaventare se le prime volte non è facile ;-)
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    AUTORE

    Marco Scarmagnani
    giornalista e
    consulente familiare

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    che scrivo su Sempre
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